CARLO FRUTTERO
CARLO FRUTTERO
Nota per Anna
Sarebbe curioso sapere che idea mi farei di Anna Sogno attraverso i suoi quadri, se non la conoscessi personalmente. Chi non pratica la loro arte tende a rappresentarsi i pittori come una razza di privilegiati tolemaici: eccoli lì, ritti al centro del mondo fisico, a roteare un po’ di qua e un po’ di là quelle loro pupille non si sa se attive o passive, a fermarle inesplicabilmente su un pezzetto di muro, due pere, la Via Lattea, una barca, un ventaglio, un ammasso nero, un groviglio geometrico, poche nuvole sottili.
Sì, certo, ci sono le scuole, le influenze, i movimenti, i committenti, le mode. Ma per il profano persiste l’enigma fondamentale: perché quel ponticello e non un altro? Perché quel tratto d’orizzonte, con quel molo, a quell’ora, e non un altro? Perché il garofano e non invece la tazza azzurra lì vicino?
Si è tentati di franare queste scelte misteriose alla stregua di indizi da cui risalire, censurando ogni bibliografia, alla personalità, all’identikit dell’artista. Come sarà mai questa persona che sembra vedere esclusivamente ninfee? E questo maniaco delle bottiglie, dei manichini? E questo severo tracciatore di reticoli colorati?
Gioco illecito, che qualche anno di scuola media basta del resto a rendere impraticabile se non mediante schizofrenici esercizi di disapprendimento. Nel caso poi di Anna Sogno, devo accettare un alto grado di inseparabilità tra la sua opera e la sua presenza corporea en plein air. Dai suoi vivacissimi racconti posso ricostruire ogni sua partenza con gli strumenti di lavoro, panini, maglioni, vecchi pantaloni; posso percorrere le curve casuali dei viottoli che la portano fino a quel cerchio preciso dove si installerà con i piedi ben piantati nell’erba o nella polvere; posso immaginare appena oltre la tela le figure che non vi sono comprese: famigliole incuriosite, pescatori e ciclisti di passaggio, operai, disturbatori talvolta minacciosi. E percepisco voci, chiacchiere, motori, risate estromesse, espunte, e tuttavia in qualche modo ancora fluttuanti attorno a queste composizioni; deduco da questi prati e laghi e colline e cimiteri d’auto una sorta di sorridente imperturbabilità una appropriazione serenamente pensosa, una freschezza luminosa e sdrammatizzante, costante lungo le varie peripezie cardinali della viaggiatrice, nell’immediato Piemonte come nell’Asia più esotica, nell’America più tradizionalmente desolata.
Nulla naturalmente può garantirmi che non sia io a tradurre così a mio uso le carcasse, i pinnacoli, i papaveri o le nevi di Anna Sogno. Così come nulla può farmi dimenticare che dietro ognuno di questi tocchi di colore c’è la sua ilare, affettuosa vitalità, la sua mano arrossata dall’inverno o abbronzata dal sole.

