ENZO FABIANI

ENZO FABIANI
«Il Corriere d’Informazione», Milano 1968

America e Birmania in cinquanta tele di Anna Sogno: ossia due aspetti del mondo, due colori, due suoni diversissimi, che vengono da lei accostati e fusi nella medesima ansia di poesia «Eccoci in America», dice l’artista indicando i quadri che occupano la prima delle due sale della Galleria Montenapoleone: ed appare un mondo insolito, severo, come di profonde piazze medioevali e di vie bianche o rossastre, decapitate lassù, verso il mare. Anche i colori bruni e fondi e la luce oro-bruna che pervade il quadro aiutano nella suggestione.

Ma la pittrice subito frena fantasia e letteratura, precisando che si tratta di quartieri periferici di Washington, di strade e autostrade che vanno da Washington a Nuova York, chi sa dove. Sono quartieri desolati, sono vie deserte: «perché bruciati dal freddo e dal gelo», precisa ancora. «Vede questo quadro? Lo dipinsi ferma sul marciapiede con trenta gradi sottozero. Tremavo tutta, tanto che due autisti si fermarono e mi portarono un caffè».

Altri quadri, altro drammatico motivo: un cimitero di automobili. I colori sono squillanti, come in uno spasmo agonico: le lamiere sono contorte; sul fondo si vedono le fiamme che avanzano. Tra poco saranno ferraglie acri, spettrali. Anche qui silenzio e solennità; e desolazione. Vengono in mente i versi di Walt Whitman:

«Bassa marea sotto il giorno che muore…- Confessioni velate; qualche singhiozzo; mormorio di parole, – quali di gente lontana o nascosta».

Anna Sogno sorride e confida; «Quando fu deciso di abolire quei cimiteri di macchine, un giornale scrisse che in tutta l’America io sarei stata l’unica a soffrirne: e così è stato. Mi consola tuttavia l’averli potuti dipingere per otto anni, giorno dopo giorno, come fiori che appassivano».

Certo, la sua è un’America strana: sola e raggelata, quasi villaggio che viva nell’ombra umida e scura di una enigmatica cattedrale; ma è anche vera, palpitante, come un assolo di sassofono che nella notte suoni un motivo le cui parole dicano: «Non é grande ugualmente, anima mia?».

«Ed eccoci in Asia», dice Anna Sogno: ed il suono nell’anima, così come il colore sul quadro, si fa acuto e scintillante. Vi sono le bonzesse fanciulle avvolte nelle vesti di seta gialla; il vecchio lattaio; il bonzo dallo sguardo eterno. Poi una serie di quadri con un unico soggetto: la pagoda Shwedagon di Rangoon, la città in cui la signora Sogno vive da un anno e mezzo.

La pagoda all’alba, in un cielo verdemare; la pagoda avvolta dall’uragano, con la pioggia che brilla e scintilla furiosa; la pagoda d’oro e argento nel tramonto; la pagoda splendente per la festa della fine del monsone. La suggestione è sottile e profonda: i colori vibrano gialli, rossi, azzurri in sagome svettanti, specie quando «la notte scende sulla pianura – e tutte le stelle salgono in ciclo». Qui il dato realistico ed esotico è trasfigurato in una pittura in cui «tutto diventa oro e mestizia».

La signora Sogno ripete di avere dipinto ogni quadro dal vero, sia i paesaggi americani che le «visioni » della pagoda: eppure come ha saputo tutto far rivivere in un poetico fascino, in una poesia che si snoda parallela ai sentimenti delle anime e della realtà americana e birmana, e che tutte e due le esprime e dolcemente le accompagna.

Le accompagna animata certamente dalla nostalgia per la Milano in cui è nata: e che ha colori, parole, figure e suoni sì veri e profondi da restar vivi nel cuore anche quando l’artista affronta la periferia di Washington, o guarda estasiata la pioggia che brilla e scintilla sulle sacre pagode birmane.

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