ANGELO MISTRANGELO
ANGELO MISTRANGELO
Da Segrete identità
Il trascorrere del tempo segna avvenimenti e incontri e attese. E dal fluire di sensazioni e latenti angosce emerge il senso della pittura di Anna Sogno, i suoi silenzi, le immagini, a tratti indistinte, di un itinerario che lega il magistero artistico al cammino dell’esistenza, le emozioni alle vicende di una realtà che insistentemente affiora dalle «pagine» di un diario memoriale contrassegnato da continui riferimenti alla propria condizione di donna e di artista immersa nelle problematiche della società contemporanea.
Dipingere diviene, in tale contesto, occasione e risvolto culturale per riscoprire una umanità diversa, al di fuori da schemi prefissati, per ritrovare sommersi equilibri, per risentire l’eco di lontane stagioni, di amori, dell’avventura dell’esistere.
Anna Sogno ricompone, quindi, sulla tela gli aspetti di una visione della natura che non è mai individuata o registrata come semplice effetto espressivo, ma rappresenta una vera e propria condizione mentale, un determinante momento per «fermare» una luce su di un prato fiorito: «ho passato ore felici seduta in campi di papaveri», confida la pittrice. «Felice da rosso, e poi del giallo, e poi soltanto del verde, e del rosa dei grappoli di petali».
Dalla luce che investe i suoi quadri scaturisce tutto un mondo di eventi, di accadimenti, di ricordi capaci di restituirci le sommesse e brumose atmosfere lombarde, gli agglomerati urbani di Filadelfia o di Washington, l’incantato paesaggio della Birmania e le fredde e grigie periferie torinesi.
Sono, in complesso, queste le «impressioni», i segni indelebili, le connotazioni più evidenti e significative che suggeriscono e definiscono l’essenza di una pittura mai troppo rasserenante o piacevolmente descrittiva, ma, viceversa, concretizzata intorno a un nucleo poetico estremamente vitale e che, in molti casi, rivela la ferma volontà di rinnovare la felicità esplodente del colore che si fa veicolo alla forma con le bancherelle dei mercati rionali, le ceste dei fiori l’incombente avanzare della nebbia fra i palazzi.
Da questo incontro con la quotidianità prende forza e misura un discorso attento ai valori dell’ambiente, alle situazioni contingenti, all’umano dolore. Perché in Anna Sogno la natura non riveste solamente una nota di festosa espressività, ma è vista quale tramite per rivendicare un «dire» che accomuna il gesto pittorico all’urgenza dei sentimenti, al fluire dei giorni, alle vane attese di una rivelazione che é interiorità e motivo esistenziale in una scansione formale fedele con le proprie inconfessate; tenerezze: «Allora», scrisse Luigi Carluccio, «dietro il rapido flusso della pennellata che incide la struttura delle immagini e gli conferisce i ritmi e le modulazioni di un tenero ma insistito furore creativo, (…) dietro i loro accordi e i loro contrasti é facile vedere affiorare le indicazioni di un pensiero pittorico che non vuole fermarsi sulla linea delle apparenze. È facile anche vedere i segni di una inquieta vitalità spirituale; forse di un allarme e la pittura diventa esercizio impegnato… ».
Un impegno che non é mai venuto meno ad tempo, con la diversità dei luoghi lungamente frequentati, con lo stemperarsi delle appassionate lezioni all’Accademia di Brera.
Nata a Ello (Como), Anna Arborio Mella, sposatasi nel secondo dopoguerra con lo scrittore e diplomatico Edgardo Sogno, ha studiato all’Accademia, allieva di Achille Funi e di Aldo Carpi che, alcuni anni dopo, disse: «Osservo che la tua ricerca é quanto mai affermativa del sentimento autentico… Belle le tonalità ben misurate e ben distribuite».
Amica di Tallone, la Sogno proveniva da una famiglia legata all’arte figurativa: il bisnonno Edoardo Arborio Mella diresse l’Accademia di Belle Arti di Vercelli, fondata dal padre Carlo Emanuele, lo zio Ambrogio Bazzero militò fra i poeti della «Scapigliatura» milanese.
Appare dunque, del tutto normale il suo ingresso a diciotto anni a Brera, l’incontro con Morlotti e Cassinari, «compagni anziani», il clima di una stagione artistica caratterizzato, inizialmente, dal soggiorno parigino dove seguì, per qualche periodo, i corsi della «Grand Chaumière», si entusiasmò dinanzi alla bellezza malinconica di un piccolo dipinto di van Gogh, avvertì il fascino discreto di Marie Laurencin: «una elegantissima vecchia signora, che mi ricevette un pomeriggio in un bellissimo appartamento nella vecchia Parigi».
Da questi incontri, più che dall’apprendimento delle tecniche pittoriche, si è formata l’esperienza della Sogno contrassegnata da una struttura compositiva dalla pennellata immediata, decisa, volitiva.
Nulla è affidato al caso, ma ogni linea, ogni agglomerato della materia, ogni impasto cromatico, assume una piena rispondenza con il suo linguaggio, con quel voler riprendere un’idea o un gesto o uno sguardo delle fanciulle birmane, con l’intima volontà di dare una vita propria alle periferie; abbandonate. In alcuni casi la freschezza del segno ricorda, come giustamente ha notato Alberico Sala, la stenografica scrittura di De Pisis, mentre in altre tele la tessitura del colore si fa più compatta, solida, struggente, quasi a documentare un istante irripetibile, un pulsare delle immagini, un ultimo incontro con i cimiteri d’automobili, i palazzi che trasudano d’umidità, i giovani, poverissimi, dinanzi alle pagode.
Anna Sogno rivendica perciò una personale misura interpretativa del paesaggio e sul «Corriere della Sera», Dino Buzzati, recensendo la mostra alla Galleria Montenapoleone di Milano, scrisse: «Lo stile è deciso, schietto, qualche volta sommario forse senza eccessiva preoccupazione del comporre (…) ma soprattutto Anna Sogno narra molto bene la maledetta tristezza provinciale di quelle strade americane di suburbio con tutte le grosse automobili ferme ai lati, e non si vede un passante, e non si riesce a immaginare che razza di sciagurati stiano morendo di sbadigli o di TV in quelle squallide case».
Proprio negli Stati Uniti aveva esposto nel 1961, alla Sessler Gallery di Filadelfia e, nel settembre dello stesso anno, da Wildenstein a New York. Nelle sale della 64th Street presentò venti opere tra le quali «Skyscrapers» e «Lake in Lombardy» (che rappresenta la fase iniziale, «lombarda», della sua pittura), Philadelphia’s skyline» (un tema più volte ripreso e sviluppato) e «Portrait of Edgardo Sogno».
Dal soggiorno a Filadelfia e a Washington rimangono testimonianze di una serrata, decisa, rigorosa definizione di un paesaggio (che talora richiama Vlaminck) contraddistinto da una espressionistica qualità compositiva che rispecchia una visione scaturita da un’indagine libera da ogni romantica «lettura» del vero: «ricordo soprattutto la sorprendente e inquietante forza delle periferie che mi facevano pensare alle scene dì Charlot, dei quartieri malinconici, dei cimiteri d’automobili: montagne di morte, di lacerazioni. Mi recavo, abitualmente, in automobile da Washington a Baltimora, dove queste colline di morte mi attiravano per la loro tragicità».
La Sogno ne ha tratto raffigurazioni di grande energia attraverso le quali gli ammassi di rottami, le lamiere contorte, i vetri sfondati, divengono simboli di una umanità che scivola su autostrade immense e fagocitanti, con enormi cartelli pubblicitari, con automobili abbandonate ai bordi dei marciapiedi.
Dai grattacieli svettanti e inondati di luci si passa quindi ai cimiteri dì una civiltà in perenne «coma» verso un futuro non ben identificato. In molti casi, alle strade affollate la pittrice preferisce i viali deserti che portano alle sponde del Potomac; al vociare di una folla anonima e variopinta sostituisce le lande desolate di un vivere lontano da ogni clamore, disperatamente emarginato, sacrificato.
Da «Highway» a «Periferia», da «Sul Potomac» a «Georgetown», si snoda un’America segnata dagli Oral messages di Ferlinghetti o dalla aggressività traumatica e traumatizzante della poesia di Ginsberg: «e il grigio girasole in posa nel tramonto, screpolato Squallido e polveroso di fuliggine e caligine e Fumo di vecchie locomotive nell’occhio».
Un paesaggio che in qualche misura tende a ricollegarsi a quelle cadenze lombarde che suscitarono un positivo commento da parte di Marziano Bernardi: «il gusto, la visione artistica, il temperamento poetico della pittrice milanese son più vicini a Gignous, a Gola, a Filippini, a Bazzaro, per non dire a Mosè Bianchi, che ai suoi contemporanei della “nuova figurazione”».
Del resto il noto critico torinese, ritornando in più occasioni sugli aspetti caratteristici della pittura di Anna Sogno, avvertiva le modulazioni di un dettato che, con le personali alle gallerie L’Approdo e La Parisina, sanciva una ricerca che nelle aperture espressive verso il postimpressionismo, nella «naturalezza dell’approccio al tema», nella «sensibilità della sua visione», si chiarisce e si afferma nei risvolti di una Birmania lungamente amata e colta nell’accensione cromatica dei «vivacissimi mercati, di mense popolari all’aperto tra una lussureggiante vegetazione e gruppi di pagode puntute… ».
E sono queste immagini che consentono di ripercorrere il paesaggio tropicale con lo splendore delle pagode di Rangoon nella luce dell’alba, con le nenie dolcissime delle donne asiatiche, con i bonzi nei colori intensi del mezzogiorno.
Bazar e ristoranti, donne e santoni da volti scavati, diventano soggetti preferenziali per un discorso che, dal 1968 al 1970, sottende a una spiritualità coinvolgente e misteriosa: «le sue pagode, la sua Rangoon restano come “momento” raro. Al di là di un brulichio umano», rilevò Giovanni Arpino, «che è solo commento, che si nega alla stoffa, il paesaggio nato dal colore crea cattedrali oniriche che respirano una loro segreta beatitudine. Sono, antichi “giochi vincenti”, visioni che un monsone cancellerà, che la notte altera, che i mutamenti di luce trasformano».
Nei primi anni Settanta, la Sogno si stabilisce a Torino: «nel primo inverno torinese non riuscii a dipingere una sola tela. Mi mancavano i colori forti dell’Oriente, la giungla con i suoi fantasmi, le pagode, i ristoranti invasi da frutta dorata, e da una luce straordinaria. Nelle periferie di Torino ho, poi ritrovato qualcosa di simile al grigiore lombardo (ai dintorni di Limbiate dove mi recavo ancora studentessa a Brera), qualcosa che mi affascina forse perché corrisponde, in qualche modo, a un lato preminente del mio carattere: la tristezza, la malinconia».
Il fioraio di piazza Benefica il mercato di Porta Palazzo, la neve in corso Matteotti, costituiscono altrettanti soggetti a cui ispirarsi: Torino appare così ricca di una particolare suggestione, di un’atmosfera lieve che permea baracche, automobili e orti di periferia.
Queste immagini appaiono appena vivificate da un sole malato, acido, emergono da albe sconvolte dal gelo e sul far della primavera la neve, sciogliendosi, lascia ampie chiazze di terra e di fango e «Ogni via, ogni spigolo schietto di casa Nella nebbia, conserva un antico tremore… » (Cesare Pavese).
Tremore di mattini solitari, di notti fredde, di inutili speranze. Anna Sogno ne avverte il fremito, i sussulti, le flebili parvenze e le traduce in segni e colori e figure che hanno il sapore di un amore ritrovato, di un’ombra lieve e antica, di una dolcezza e di un abbandono remoto come un respiro o uno sguardo nell’attesa del mattino.
Negli anni Ottanta la sua pittura ha assunto una inusitata luminosità, una maggiore felicità espressiva e le periferie hanno lasciato il posto ad alberi fioriti, ai campi di papaveri in Provenza, alle colline del Monferrato con le cascine alte sui crinali, i canneti nel vento, le vigne riarse dal sole.
Si ravvisa in questa ultima fase del suo lavoro un dipingere scopertamente naturalistico, una tessitura dei fondi che, in qualche caso, si riallaccia idealmente all’esperienza di Morlotti, di Giunni e di Gina Maffei, a un’area in cui un frammento di identità diviene momento significante, poetico risvolto espressivo, linguaggio serrato.
Nei «pratinfiori» il discorso diventa aereo, leggero, impalpabile. La Sogno fissa un lembo di cielo, delinea un ipotetico orizzonte, trascrive un paesaggio di sottili emozioni, di lirici incantamenti, di rinnovate stagioni creative.
La collina di Superga e un laghetto con ninfee, un fascio di azalee e un declivo montano, caratterizzano le ultime composizioni della Sogno, ricreano il fascino di una natura che vive nelle sue tele e rinnova, della pittura, l’intima bellezza, i riti quotidiani, la gioia di un incontro.
Dallo studio sulla Costa Azzurra, dal raccolto giardino dell’ottocentesco palazzo torinese, dai viali cittadini emerge la trama di mia realtà che le appartiene come un ricordo, un’aspirazione e un’«onda improvvisa Si porta via la luna E l’acqua di marea Arriva col suo carico di stelle». E in questi versi di Yang-Ti, si avverte il sentore di una calma improvvisa, di un universo lontano dalla società altamente industrializzata, dalle inquietudini, per riscoprire una più elevata qualità poetica di un vivere che è, contemporaneamente, solitudine e fantasia creativa, narrazione contenuta e solennità di pagode nella luce di tramonti infuocati. Un vivere che é suggestione di riconquistate identità, é colore, è fiabeschi agglomerati urbani, é, ancora, cattedrali nel deserto di perdute illusioni, ma é per Anna Sogno un dialogo mai sacrificato alle ricorrenti mode o alle correnti contemporanee, ma dichiarazione, segnale, ritorno a una dimensione umana profondamente amata e riconsiderata.
“Stampa Sera”, Torino
Ancora una volta Anna Sogno ripercorre immagini, ritrova itinerari e memorie che il tempo sembrava aver cancellalo, confuso nel tumultuoso fluire degli eventi quotidiani.
Il suo linguaggio si snoda dalle pagode di Rangoon alle «desolazioni esistenziali americane» (G. Arpino), dalle periferie ai mercati brulicanti ed ai viali di una Torino emergente attraverso «i ritmi e le modulazioni di un tenero ma insistito furore creativo» (L. Carluccio).
Ora, in questa mostra promossa dalla Regione Piemonte, Assessorato …, l’allieva di Funi e Carpi a «Brera», rinnova cadenze, incontri, attese, che dagli appartati giardini torinesi al raccolto atelier di Mentone, segnano il suo accostarsi al «tema paesistico» con la «sensibilità della sua visione». A questa nota di Marziano Bernardi si riallaccia dunque l’attuale stagione espressiva di Anna Sogno, si riscoprono momenti di un narrare legato a una scrittura rapida, immediata e vitale.
Le sue grandi tele si popolano di rami fioriti, di case alte sulla collina con alberi e dolci declivi, del vivace cromatismo d’un banco di frutta e verdura; delle nitide vedute di Mentone: paesaggi intensi, mura antiche come antico è il nostro andare nella luce alla ricerca di una frase, di un volto, di un frammento d’identità.
Dalla Rue Saint Michel al Monastero dell’ Annonciade, dal Palazzo Carnoles al Museo Cocteau, installato nel bastione del vecchio porto, Anna Sogno rinnova della pittura gli accadimenti, le occasioni, le sottili emozioni.
Da questi risvolti, da questo dialogo con la natura emerge il clima e la sofferta dimensione di un dipingere che è vita, è linguaggio, è ancora e sempre illusione di colori, di linee, di segni memorabili.

