ALBERICO SALA
ALBERICO SALA
Anna Sogno, costanza delle ragioni native
Dalle finestre, in cima ad un nobile palazzo torinese, irrompe una luce netta, e lievitante; i monti sono imminenti.
Sfoglio le tele che Anna Sogno ha raccolto per l’esposizione a Milano, la città in cui s’è affacciata all’arte, nel quartiere di Brera: le aule dell’Accademia, i caffè e le latterie del «villaggio», le conversazioni con gli amici, nell’aria fervorosa del dopoguerra, fra richiami ed entusiasmi, sofferenze e stupori, nella scoperta dei nuovi linguaggi, circolati in Europa nonostante i terrori e le stolte autarchie culturali.
Ma, anche nello studio che s’affaccia sul giardino chiuso, fra gerani ed alberi leggeri, decoro architettonico, statue di austeri personaggi, la luce non si spoglia di fertilità; entra ed anima i molti paesaggi raccolti attraverso gli anni, e i viaggi, le soste in Italia, in Europa, in America, in Estremo Oriente.
Tra le pagine di questo racconto sterminato, di impressioni e di riflessioni, senza mai gualcire la grazia dell’occhio, la sua mite rapacità sur le motif, sono infilati dei ritratti, delle vedute di prati e di fiori, rari interni.
L’immagine che si afferma è quella di un ininterrotto paesaggio, come stato d’animo, secondo il giudizio di Amiel.
Ma, qui, si vorrebbe accogliere anche il suggerimento di Jean Genêt: «Si è spesso parlato dell’influenza del paesaggio sui sentimenti, ma non credo si sia mai parlato di quest’influenza su di un atteggiamento morale».
Anna Sogno rivela, nelle sue opere, che la considerazione dello scrittore maledetto francese, è giusta; parlano i suoi paesaggi delle varie periferie del mondo: divengono emblematiche come il sud del mondo, con la gente sperperata, il degrado ambientale, l’allegria epidermica che maschera malinconie e frustrazioni, sogni e rivolte. I temi della pittura di Anna Sogno diventano, naturalmente, delle categorie morali.
Per questo, l’artista ha bisogno di un contatto diretto con la natura e con la gente, senza troppe mediazioni teoriche, il conforto di manifesti o di poetiche. Anna Sogno è passata attraverso le ricerche, le esperienze, spesso le furbesche motivazioni di trent’anni d’arte, lungo stagioni intense e contraddittorie, in cui s’è visto tutto e il contrario di tutto, senza farsi contagiare.
Ha tenuto, certo, gli occhi aperti, ma per filtrare, imparare, non per imitare, o mettersi in fila sulla strada della moda, e del successo del momento. E i movimenti che si decifrano nel suo linguaggio, nel suo fare pittura, sapendo prima di tutto che cos’è, e quali sono i mezzi inalienabili, sono tutti cresciuti dall’interno della sua maturazione, dalla progressiva definizione di un lessico personale.
Anche la lezione picassiana, con tutte le declinazioni verificatesi in tutto il mondo, non la impressionò più di tanto, e solo come esercitazione, verifica di possibili sviluppi, controllo di corrispondenze o no, ginnastica dell’immagine, strutturazione delle parti.
Quella lezione era influentissima, molto seguita anche a Milano, in Accademia e nei suoi immediati dintorni. Ripercorrendo, con i testi sotto gli occhi (anche i disegni, il corpus grafico, che non ha sempre collegamenti con i dipinti, ma una sua autonomia; conferma, comunque, la sua immediatezza di percezione e selezione), i trent’anni di lavoro di Anna Sogno, si ha la splendida, per alcuni versi, sorprendente, conferma della sua libertà e fedeltà alla idea di arte che s’era fatta durante i primi anni, frequentando i corsi di due maestri, così diversi, ugualmente preziosi, Achille Funi e Aldo Carpi: il patriarca che ha allevato, senza prevaricare né mortificare la loro creatività, alcuni fra gli ingegni che si sono, poi, affermati in un ambito non soltanto italiano.
Dal terreno di un postimpressionismo inconfondibilmente lombardo, con personali inserzioni espressionistiche, una persistente neopariniana visione delle cose del mondo, Anna Sogno ha definito, senza rischiare una cifra, o una maniera, una propria scrittura, agile e pronta alle sollecitazioni dei sentimenti come del colore e della filigrana del reale. Tende ad una sintesi, il colore diventa segno e struttura: la materia si afferma, trionfa senza mai divenire esortativa.
Anche nei paesaggi d’America, con i cimiteri delle automobili, le strade vuote, il rutilìo dei colori forma gorghi tacche macchie, con una tensione, a volte, spontaneamente informale, se non proprio astratta. Guizzi di colore, brani di luce tenera, pur nello scempio di plastica e di lamiere. È come se la pittrice introducesse una nota di pietà, dopo la denuncia che, senza declamazione, cresce dallo spettacolo così poco urbano. Persino sul cemento armato dei grattacieli giunge il riverbero verde dell’erba: «lieta dove non passa l’uomo».
Con l’approfondimento della ricerca, umana ed estetica insieme, i dipinti si fanno meno narrativi, più ricchi di inquietudine e accanimento. La cronaca cede alla memoria, i semi di colore fioriscono. Appunto nelle visioni dei campi fioriti, dei cespi e dei cespugli traspare il filone dei materici lombardi, di Ennio Morlotti, di Piero Giunni, per risalire fino ad Emilio Gola, già indicato, all’inizio dell’esperienza di Anna Sogno, da Marziano Bernardi. In certe zone dei prati in fiore, si pensa, addirittura, a Giovanni Segantini, spogliato dell’impianto simbolista, e senza scientismo.
Ma si é tentati di riferirsi, anche, alla bruciante storia di Tancredi, ai suoi lirici, drammatici «paesaggi»; a Mark Tobey, anche per la presenza di echi orientali. Tobey ricordava il consiglio da suo amico Takizaki: «Lascia che la natura prenda il sopravvento nella tua opera». Un invito a togliersi di mezzo, nel comunicare direttamente, nell’attivare contatti sempre più fertili, e profondi.
Proprio in Estremo Oriente, Anna Sogno ha vissuto a lungo, dentro una realtà fascinosa, tentante, con l’agguato incombente del folclore e del caratteristico. È straordinario come la sua sensibilità, la sua capacità di trapassare dai riflessi alla riflessione, abbiano controllato l’esito artistico, superato la tentazione descrittiva, restituendo le interne costanti, figurali e morali. L’imminenza del tifone, le insidie dell’aria monsonica, il vento che strapazza il paesaggio, il trascolorare della pioggia e del sole sulle pagode, non distraggono dall’impianto etico.
Non muta il suo porsi di fronte, e dentro, il paesaggio, nell’aria parigina, restituita con grande disinvoltura, o sulla collina torinese o in giro per il Piemonte (dove possono aggallare anche rimandi a Fontanesi). La rappresentazione dei luoghi più frequentati ed amati, si compone, armoniosamente, nella resa pittorica, con una penetrazione psicologica che é la stessa che illumina i ritratti, come quello del marito e della figlia, fra i più severi e memorabili.
La pennellata qui è più sobria, e si ricollega a straordinari piccoli paesaggi degli anni Cinquanta, con i quali si torna in Lombardia.
L’artista si è aggirata lungo il Ticino, si é spinta verso il lato di Pusiano, ha scoperto un laghetto dalle parti di Limbiate. Li ha fissati con un linguaggio pudico e suggerente; in alcune parti, la tela entra nell’equilibrio cromatico con il suo tono basso, sul quale petali di colore più vivace sfarfallano, come in De Pisis.
(Il quadretto lacustre di Pusiano sarebbe piaciuto all’abate Giuseppe Parini, nonostante l’arrabbiatura presa per certe espressioni oltraggiose del parroco da paese lacustre nei confronti di Bosisio, piccola patria del poeta de Il giorno. L’abate scrisse una delle sue rare poesie in dialetto, un sonetto, piuttosto arduo da decifrare. Ma, é chiaro che prometteva al parroco incauto, un lancio: «di noci vuote, di mele marce e di torsi di cavolo»).
Dopo aver girovagato, con la sensibilità di Anna Sogno, per il mondo, proprio un inaugurale paesaggio urbano milanese, con il fantasma della Torre Velasca che occupa il cielo, conferma come questa artista sia rimasta fedele alla forza dei propri sentimenti, alle ragioni native, ai richiami della poesia improntando, della propria personalità, il veloce spettacolo della vita.

