GIOVANNI ARPINO
GIOVANNI ARPINO
Il mondo è ancora paesaggio. Malgrado noi. Questo paesaggio tende a vivere e contemplarsi di per sé, gloriosamente ignaro d’uomini. Talora questi stessi uomini – razza amara e violenta – lo mutilano, lo sgangherano. Ma anche deformato, anche sconvolto, il paesaggio non tace la sua testimonianza, non si arrende sotto il cumulo dei lividi. Il lavoro pittorico di Anna Sogno è essenzialmente una ricerca di paesaggio, sono «attimi del mondo, espressioni-impressioni, con quel colore «lombardo» che giustamente ha ottenuto la lode di Marziano Bernardi, con una «allarmata vitalità» che Luigi Carluccio è stato pronto a individuare. E noi? Noi indegni di paesaggio? Le visioni orientali delle pagode che Anna Sogno oggi ci presenta, dopo anni di lavoro, feriscono la nostra ottusità urbana, irridono alla nostra perizia di bipedi incapsulati. Un trionfo celeste naviga verso gli spazi, ci schiaccia, ci rende zavorra.
Anna Sogno ha dipinto angoli di periferia, viali torinesi, desolazioni esistenziali americane. Ora si è piegata sulle campagne del Piemonte. Ma il nucleo centrale di questa mostra, le sue pagode, la sua Rangoon restano come «momento» raro.
Al di là di un brulichio umano che è solo commento, che si nega alla storia, il paesaggio nato dal colore crea cattedrali oniriche che respirano una loro segreta beatitudine. Sono autentici «giochi vincenti» visioni che un monsone cancellerà, che la notte altera, che i mutamenti di luce trasformano. Ci umiliano, noi coltivati senza orizzonte. Ci rendono più vulnerabili e più consapevoli della povertà che bestialmente siamo riusciti a procurarci. Il paesaggio era un destino che tradimmo. L’«Ecce Homo» che diventammo può attenderlo solo come dono di un incubo felice.

