LUIGI CARLUCCIO

LUIGI CARLUCCIO

Chi percorre oggi la strada dell’arte trova, per dirla con Gide, una larga nourriture in certi momenti estetici del nostro tempo, che hanno lasciato un segno profondo. Tra quei momenti l’espressionismo occupa un posto privilegiato, perché possiede due degli aspetti essenziali della visione moderna: la capacità evocativa ed interpretativa del colore, del colore inteso come mezzo allusivo più che illustrativo e la coincidenza, eccitata al massimo, del carattere dell’opera d’arte con il carattere della vita, e delle relazioni che la vita affaccia, essa stessa così mutevole, con il mutevole allesso della realtà, con il suo continuo fluire, con le sue inesauribili ed inarrestabili variazioni.

Nell’ambito dell’espressionismo il colore, infatti, anche quando sembra inventato ed arbitrario, acquisisce nella sua propria autonoma bellezza la bellezza del reale e l’azione artistica sembra non essere altro che la continuazione del vivere. Il gesto dell’artista e la sua toccata sono quasi il prolungamento dell’esistenza; il fenomeno, l’icone che l’artista propone a testimonianza della sua coscienza di fronte a sé stesso, di fronte agli eventi e di fronte alla società.

Al punto in cui la prima sensazione fisica è tutta appagata, e l’occhio dello spettatore può andare oltre la superficie delle cose, l’opera pittorica di Anna Sogno si mostra compatta, come ogni manifestazione di vita che risponda ad una sua motivazione costante, o che si faccia eco sensibile di una remota ragione interiore. Una costante appassionata ed una ragione non poi tanto remota da non lasciare avvertire la sua calda pressione sull’attualità.

Allora, dietro il rapido flusso della pennellata che incide la struttura delle immagini e gli conferisce i ritmi e le modulazioni di un tenero ma insistito furore creativo, dietro la soavità a volte addirittura celestiale delle tinte, dietro i loro accordi e i loro contrasti é facile vedere affiorare le indicazioni di un pensiero pittorico che non vuole fermarsi sulla linea delle apparenze. È facile anche vedere i segni di una inquieta vitalità spirituale; forse di un allarme, e la pittura diventa esercizio impegnato, che mostra spavaldamente i segni dello scontro diretto tra immaginazione ed immagine, e della profonda partecipazione dell’animo dell’artista al suo sviluppo figurato. È una partecipazione che scarta la felicità, e la facilità, delle annotazioni gradevoli. Così, una pittura tutta dedicata alla descrizione di paesaggio acquista una ben diversa dimensione: una dimensione poetica sul filo della malinconia. I luoghi scelti da Anna Sogno si collocano infatti deliberatamente al di fuori della gradevolezza degli effetti. La gradevolezza, semmai – si pensi ai riverberi della luce che si spande nei cieli, sulle nevi già maculate, che filtra tra i rami – fa parte della natura. È ciò che resta ed ancora è possibile percepire attraverso le nostre comuni memorie di tempi e di luoghi incontaminati.

Anna Sogno ci ha dato negli anni scorsi molte fascinose sensazioni del caos vitale; dei paesi d’Oriente. Altre invece puntualizzavano la sottile desolazione di certi aspetti della vita americana.

Non semplici «vedute» ma ritratti di luoghi, di situazioni che inglobano la vita. Voglio dire che le sue immagini appaiono sempre sottese anche da ciò che non si vede, da un’ombra di vita che vi ha appena celebrato o che vi può da un momento all’altro celebrare suoi riti. Riti quotidiani, di mercati, di giardini, di periferia urbana.

Ora, in Torino, l’artista ricalca volentieri i luoghi in cui l’esistenza degli uomini non é ancora organizzata, o strutturata. Luoghi situati al limite della città, dove la città si slabra, deposita i suoi rifiuti, scopre la sua miserevole carcassa, o forse é il suo impietoso conato di resurrezione. La bellezza della trama pittorica, impegnata a darci le luci, i colori, le cadute e i sussulti delle cose più povere, si trasforma lentamente in un memento che coinvolge i luoghi e gli uomini.

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