MARZIANO BERNARDI

MARZIANO BERNARDI


Oriente di Anna Sogno, in La Stampa
Allieva dell’Accademia di Brera, ha avuto per eccellenti maestri Achille Funi e Aldo Carpi, ma fin dalla sua prima mostra di paesaggi ci parve di riconoscere in lei una presenza di toni locali lombardi vagamente derivati dall’Emilio Gola dei famosi quadri di Mondonico.
La sua vicenda familiare la portò a lavorare – dichiaratamente su un piano professionale e senza la minima traccia di femminilità – in vari luoghi d’Italia (specie in Piemonte nei dintorni di Torino), in Francia, negli Stati Uniti e in Birmania a Rangoon.
Naturale dunque che nella sua pittura di radice postimpressionistica non si scorga l’ombra di provincialismo né per inflessioni linguistiche dialettali né per scelta di motivi. Il suo carattere dominante è la naturalezza dell’approccio al tema paesistico offerto alla sensibilità della sua visione; ed è un approccio che si attua con una comprensione che sembra un amore estremamente possessivo. Giustamente Giovanni Arpino, presentando sul catalogo la mostra, nota che «il lavoro pittorico di Anna Sogno é essenzialmente una ricerca di paesaggio». Esatta parola «ricerca» che sottintende un’indagine impegnata; in quanto «anche deformato, anche sconvolto» dagli uomini – afferma Arpino – che «lo mutilano, lo sgangherano», il paesaggio «non tace a sua testimonianza, non si arrende sotto il cumulo dei lividi» perché «il mondo é ancora paesaggio».
Noi ringraziamo lo scrittore del bel riconoscimento d’un soggetto che da Tiziano a Poussin, da Corot a Fontanesi, ponendo l’uomo poeta a confronto con un mondo leopardianamente impassibile, ha per quattro secoli aggiunto gloria alla pittura finché i nuovi uomini-poeti non gli voltarono le spalle; e salutiamo in Anna Sogno una fedele prosecutrice del grande genere pittorico: una fedeltà convinta e immune d’oziose problematiche, che dà forza e valore all’opera della pittrice.
Quasi interamente composta di quadri eseguiti in Birmania, la mostra è anche interessante per la resa di tipicità locali, immagini di vivacissimi mercati, di mense popolari all’aperto tra una lussureggiante vegetazione e gruppi di pagode puntute, di strade e piazze brulicanti d’una umanità tanto diversa da quella d’Occidente. Ma questi sono aspetti esteriori al più preciso intento pittorico d’Anna Sogno.
Al di là della scena esotica resta evidente la sua «ricerca» d’un puro paesismo, il suo appello alla natura. È ciò che fa diversa la pittrice dagli «orientalisti» dell’Ottocento da Pasini a Fromentin.
Quelli si sforzavano di «caratterizzare» puntando sull’ambiente, sul costume, sul folclore; Anna Sogno ritrova invece una buona pittura mantenendosi paesista d’istinto indipendente dal soggetto che il luogo le offre.

«La Stampa», Torino
Anna Sogno è alla sua terza «personale» torinese: mostre che, assai spaziate nel tempo, escludono ogni impazienza esibizionistica, e vogliono essere invece una seria «verifica» – per la pittrice tessa e per quanti ne seguono l’opera – di alcuni punti d’arrivo, di una eventuale evoluzione. Infatti i suoi primi quadri visti a Torino apparvero intrisi d’un naturalismo lombardo, quasi romantico (qualche vasto, solido paesaggio ci fece ripensare a Emilio Gola), forse derivato dalla sua formazione all’Accademia di Brera; ma accanto a quelle tele altre, di carattere folcloristico vivacissimo nel colore, riflettevano l’assimilazione di un ambiente esotico, avendo la Sogno dimorato in Indocina per gli incarichi diplomatici del marito. Diverse, ma sempre acutamente analizzate, tipicizzazioni locali si notarono nei quadri eseguiti in America: prova dell’attenzione, anzi dell’amore, con cui la pittrice studia e interpreta i suoi motivi, dimostrando la più completa fiducia nei mezzi tradizionali della pittura (che non è un codice di sperimentazioni visive o tecnologiche, come molti «operatori artistici» oggi intendono).
Questi motivi, scelti in un secondo tempo nella periferia torinese (e fu la sua seconda mostra) meglio determinarono l’indirizzo sentimentale della Sogno. In ampi panorami di malinconico squallore la comunicazione psichica – non esclusa la simpatia per un mondo povero e sofferente, quello prediletto tanti anni fa dal gruppo romano dei giovani «populisti» del Portonaccio – si fece più diretta e intensa con l’impiego di tonalità sfumate, di atmosfere brumose, e degli incerti segni, sui terreni brunastri, sui prati secchi tra le catapecchie dei «baraccati», del lavoro miserabile e dello stento umano. La vecchia definizione romantica, «Il paesaggio è uno stato d’animo», parve adattarsi perfettamente a questi dipinti patetici, bellissimi.
Ora nella mostra al «Fauno» (piazza Carignano) la terza fase della pittura di Anna Sogno. I temi non sono mutati, la preferenza paesaggistica permane nonostante alcuni notevoli cimenti nel campo della ritrattistica. È lievemente mutato invece lo spirito interpretativo. Il colore, prima trattato a trasparenti velature (proprio in conseguenza al suddetto «stato d’animo»), s’è addensato e irrobustito d’una più forte autonomia, con una maggior libertà concessa alla materia cromatica intesa quale mezzo espressivo indipendente. Di conseguenza la pittrice sacrifica il così detto «tono locale» all’affermazione più energica d’una propria personalità. Una svolta (persino rischiosa) che può essere decisiva per un temperamento pittorico di prim’ordine.

«La Stampa», Torino 15 marzo 1974
Nata a Milano, allieva dell’Accademia di Brera, ha avuto per eccellenti maestri Achille Funi e Aldo Carpi, ma fin dalla sua prima mostra di paesaggi ci parve di riconoscere in lei una presenza di toni locali lombardi, vagamente derivati dall’Emilio Gola dei famosi quadri di Mondonico. La sua vicenda familiare la portò a lavorare – dichiaratamente su un piano professionale e senza la minima traccia di femminilità – in vari luoghi d’Italia (specie in Piemonte nei dintorni di Torino), in Francia, negli Stati Uniti e in Birmania a Rangoon.
Naturale dunque, che nella sua pittura di radice postimpressionistica non si scorga l’ombra di provincialismo né per inflessioni linguistiche dialettali né per scelta di motivi. Il suo carattere dominante è la naturalezza dell’approccio al tema paesistico offerto alla sensibilità della sua visione; ed è un approccio che si attua con una comprensione che sembra un amore estremamente possessivo. Giustamente Giovanni Arpino, presentando sul catalogo la mostra, nota che «il lavoro pittorico di Anna Sogno è essenzialmente una ricerca di paesaggio». Esatta parola “ricerca” che sottintende un’indagine impegnata, in quanto «anche deformato, anche sconvolto» dagli uomini – afferma Arpino – che «lo mutilano, lo sgangherano», il paesaggio «non tace la sua testimonianza, non si arrende sotto il cumulo dei lividi» perché «il mondo è ancora paesaggio».
Noi ringraziamo lo scrittore del bel riconoscimento d’un soggetto che da Tiziano a Poussin, da Corot a Fontanesi, ponendo l’uomo poeta a confronto con un mondo leopardianamente impassibile, ha per quattro secoli aggiunto gloria alla pittura finché i nuovi uomini-poeti non gli voltarono le spalle; e salutiamo in Anna Sogno una fedele prosecutrice del grande genere pittorico; una fedeltà convinta e immune d’oziose problematiche, che dà forza e valore all’opera della pittrice.
Quasi interamente composta di quadri eseguiti in Birmania; la mostra è anche interessante per la resa di tipicità locali, immagini di vivacissimi mercati, di mense popolari all’aperto tra una lussureggiante vegetazione e gruppi di pagode puntute, di strade e piazze brulicanti d’una umanità tanto diversa da quella d’Occidente.
Ma questi sono aspetti esteriori al più preciso intento pittorico d’Anna Sogno. Al di là della scena esotica resta evidente la sua «ricerca» d’un puro paesismo, il suo appello alla natura. È ciò che fa diversa la pittrice dagli «orientalisti» dell’Ottocento da Pasini a Fromentin. Quelli si sforzavano di «caratterizzare» puntando sull’ambiente, sul costume, sul folclore; Anna Sogno ritrova invece una buona pittura mantenendosi paesista d’istinto indipendente dal soggetto che il luogo le offre.

«La Stampa», 19 gennaio 1977
… Se é vero che la Sogno predilige i motivi più della malinconica, desertica e squallida periferia torinese traendone vaste immagini che testimoniano una trepida sensibilità ed una piacente esperienza pittorica, il colore dei suoi paesaggi, intriso com’è di bruma e d’umidore fatto qua e là da improvvise tenere luci, è un colore tipicamente «lombardo» che dall’Accademia di Brera ov’ella ha studiato, l’ha seguita nelle sue soste fruttuose di lavoro artistico, in Francia, negli Stati Uniti, in Indocina, premendo il pedale della risonanza romantica.

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